Altra immagine censurata.
Questa volta volevo parlare dell'EPIDURALE raccontando attraverso un volto e un corpo, totalmente "abbandonato", l'inutilità di questa pratica (quando non strettamente necessaria (parentesi nella parentesi: vige un qualche obbligo di precisazione per non sembrare dei pazzi estremisti, secondo cui, sebbene oramai lo sappia anche il mio cane che essere PRO natura non significha essere ciechi e sordi a tutto il resto, bisogna sempre mettere i puntini sulle i a costo di sembrare ridondanti o peggio ancora idioti)). R-assicurare sul fatto che si può raggiungere uno "stato" simile senza alcuna interferenza esterna, mantenendo semplicemente centratura e intimo contatto con se stesse.
Non mi pareva potesse esistere immagine migliore per descrivere tutto questo e accompagnare le parole di Antonella Sagone, che in un'intervista disse:
"Questo modo di “soffrire” il parto è il prodotto di una certa
cultura e di un certo approccio all’assistenza in travaglio di
parto.
Tale cultura ha imposto alle donne un modello sacrificale di maternità, e l’ha relegata in una posizione totalmente passiva, di “paziente”, facendo di un evento sano e vitale un fatto medico. gente che si rivolge alla madre impegnando la neocorteccia del suo cervello (cioè le attività intellettive superiori), razionali, in un momento in cui queste dovrebbero essere silenti per consentire l’attivazione della paleocorteccia, che regola i meccanismi nervosi ed ormonali istintivi. Il dolore di parto ha anch’esso una sua funzione in questo quadro, perché fa scattare la produzione di endorfine, che sono degli analgesici naturali. Michel Odent, pioniere del parto attivo, parla inoltre di “riflesso di eiezione del feto”: un processo mediato da potenti rilasci di ormoni, come endorfine, prostaglandine e soprattutto ossitocina, che dà luogo a fasi espulsive rapide ed estremamente efficaci. La donna che partorisce in questo stato raggiunge un livello di coscienza che la fa immergere profondamente nel proprio corpo, in una condizione rilassata e concentrata insieme, sa istintivamente come respirare e muoversi nei diversi stadi del travaglio, e difficilmente finirà per partorire supina, come uno “scarafaggio rovesciato”, secondo un’efficace definizione.
Quando si consente alla natura di esprimersi secondo il suo programma innato, il dolore rientra in un quadro che è gestibile dalla donna. Ma questo la maggioranza delle donne non lo sa.
Tale cultura ha imposto alle donne un modello sacrificale di maternità, e l’ha relegata in una posizione totalmente passiva, di “paziente”, facendo di un evento sano e vitale un fatto medico. gente che si rivolge alla madre impegnando la neocorteccia del suo cervello (cioè le attività intellettive superiori), razionali, in un momento in cui queste dovrebbero essere silenti per consentire l’attivazione della paleocorteccia, che regola i meccanismi nervosi ed ormonali istintivi. Il dolore di parto ha anch’esso una sua funzione in questo quadro, perché fa scattare la produzione di endorfine, che sono degli analgesici naturali. Michel Odent, pioniere del parto attivo, parla inoltre di “riflesso di eiezione del feto”: un processo mediato da potenti rilasci di ormoni, come endorfine, prostaglandine e soprattutto ossitocina, che dà luogo a fasi espulsive rapide ed estremamente efficaci. La donna che partorisce in questo stato raggiunge un livello di coscienza che la fa immergere profondamente nel proprio corpo, in una condizione rilassata e concentrata insieme, sa istintivamente come respirare e muoversi nei diversi stadi del travaglio, e difficilmente finirà per partorire supina, come uno “scarafaggio rovesciato”, secondo un’efficace definizione.
Quando si consente alla natura di esprimersi secondo il suo programma innato, il dolore rientra in un quadro che è gestibile dalla donna. Ma questo la maggioranza delle donne non lo sa.

































